Azienda Regionale Improsta

Nel seicento il territorio su cui insiste l'Azienda era denominato Lamprosta come si evince in un documento del 1634 ed apparteneva ad Augustino Ferraro de Ebolo. Su di esso era presente una torre, un'aia, una fontana, una vigna e una pagliara. Si ritiene che quella torre fosse l'antica bufalara, attualmente presente in azienda ed allora ricovero dei “gualani”, uomini addetti al bestiame alla stregua dei butteri. Successivamente la proprietà viene acquisita dalla famiglia Martucci o Martuccio, distinto e facoltoso casato presente ad Eboli fin dal secolo XVI. Nel 1798 Don Vito Martucci cede in fitto la proprietà per sei anni a don Marco Ferrari, don Pasquale Lo Gatto, don Vincenzo di Mauro e a don Saverio e don Gennaro de Marino Sono dei primi anni dell'800 le prime cartografie in cui compare il territorio dell'Improsta con denominazione Ambrosta. La denominazione Ambrosta ci ricorda molto una frase del dialetto ebolitano “rin't a' prost'” che vuol dire “all'interno del bosco”, questa denominazione è la più attendibile essendo l'area ricca di zone boschive. Nel 1841 la tenuta Improsta viene acquistata dalla famiglia Farina di Baronissi (Sa) che rappresenta una delle dinastie agrarie protagoniste dei processi di riammodernamento della Piana del Sele. Il loro patrimonio terriero contava più di 10.000 ettari di proprietà dislocate lungo tutto il territorio tra Battipaglia e Eboli con vari edifici urbani e rurali.

Nel 1931 i terreni della tenuta Improsta passano nelle mani degli Amendola di Avellino, altra importante famiglia di agrari. Per i terreni dell'Improsta la bonifica integrale, che si concluderà negli anni 50, comporta il risanamento di tutta l'area paludosa e quindi la messa a coltura di altri ettari. Risalgono a questi anni la piantumazione delle prime piantine di macchia mediterranea. Le capacità imprenditoriali e agricole degli Amendola fanno in modo che la loro nuova proprietà rientri nel ciclo virtuoso che vede protagonista la Piana negli anni '30 e successivamente nel progetto di ricostruzione del secondo dopoguerra ma soprattutto nel nuovo piano di trasformazione fondiaria del Consorzio di Bonifica del 1949. Nel 1956 l'Improsta fu rilevata dall'Ente Nazionale per la Cellulosa e la Carta che ne fece una delle aziende leader per il Meridione nella ricerca e produzione di materiale vivaistico per il rimboschimento, ai fini di abbassare il deficit che l'Italia aveva nei confronti dell'import di materia prima per la cellulosa. La gestione fu affidata alla Società Agricola e Forestale, una S.p.A. appositamente creata per avere una più efficiente operatività nella conduzione delle sue aziende sparse su tutto il territorio nazionale. Nel 1994 l'ENCC viene posto in liquidazione e, per un periodo di quasi 10 anni, la gestione mira soprattutto al mantenimento del patrimonio e dell'allevamento bufalino, finché nel 2003 il complesso di beni patrimoniali denominato “Improsta” viene devoluto a titolo gratuito alla Regione Campania. L'acquisizione del complesso di beni patrimoniali "Improsta", avvenuta nell'aprile 2003 da parte della Regione Campania, è stata ispirata dalla volontà di dare una risposta alla crescente esigenza di ricerca applicata, sperimentazione e servizi reali concentrati in un unico sito. La disponibilità di superfici agricole, di infrastrutture e di personale specializzato consente di pensare all'Improsta come ad un Centro regionale di servizi avanzati ed ad un'azienda pilota nel sistema agro-alimentare, al servizio di tutti i comparti produttivi. Il centro aziendale è costituito da diversi edifici di notevole interesse storico-architettonico. Oltre al maestoso Palazzo dell'800 è possibile ammirare l'antica "Bufalara", struttura rurale del '600 che serviva da ricovero al personale addetto alla cura del bestiame, simbolo dell'instancabile lotta dell'uomo contro la palude. La gestione dell'azienda è stata affidata al Centro per la Ricerca Applicata in Agricoltura (C.R.A.A.), senza fini di lucro che annovera tra i suoi soci, oltre alla Regione Campania, l'Università degli studi Federico II di Napoli, l'Università degli studi del Sannio, l'Università degli studi di Salerno e ARCA 2010 Scarl . L'Azienda è dotata di antiche costruzioni, di notevole pregio storico ed architettonico: - Il fabbricato “Palazzo”, costruito nel 1843 per volontà del Senatore Farina su progetto di scuola Vanvitelliana, fu una delle dimore della famiglia Farina. L'importanza della famiglia Farina nella Piana del Sele è testimoniata dal fatto che nel 1862 il Re d'Italia Vittorio Emanuele II, nel suo viaggio attraverso il Meridione, si fermò ad Eboli, trovando ristoro nella tenuta Improsta. A ricordo di tale passaggio i fratelli Farina deposero una lapide commemorativa sul prospetto principale dell'edificio residenziale. - La “Bufalara”(originariamente chiamate “Casone”): le bufalare servivano da ricovero ai braccianti impiegati in lavori stagionali ed ai “Gualani” che erano gli addetti alla custodia delle bufale. Al centro di queste tipiche costruzioni si trovava situato un camino munito di una grande cappa, il cosiddetto “focone”, che era utilizzato di giorno per la lavorazione del latte dal quale si ricavavano caciocavalli, burro, ricotta e soprattutto provole che venivano poi sottoposte al procedimento di affumicatura; di sera serviva per cucinare, riscaldarsi e come punto di aggregazione dei lavoratori con le loro famiglie. La tipica forma circolare consentiva una funzionale divisione in settori adibiti a dormitorio per chi vi pernottava ed una migliore difesa dal brigantaggio. Nel solaio situato subito sotto la copertura dormivano invece i più giovani e vi si accatastavano le provviste alimentari. La costruzione della bufalara dell'Az. Improsta si fa risalire alla metà del 1.600 ed ha avuto diverse destinazioni d'uso nel corso dei secoli: da quello tipico di ricovero della manodopera, a dormitorio per i monaci, a scuderia per i cavalli e deposito degli attrezzi di lavoro. Tale fabbricato, come gli altri, fu ristrutturato dall'ENCC mantenendone le strutture architettoniche originarie. - una cappella con tanto di altare, munito ancora di pietra consacrale, confessionale ed un pregevole pavimento costituito da ceramiche vietresi dipinte a mano. Si pensa che la sua costruzione sia stata realizzata per volere di Mattia Farina, fratello del senatore Farina, nonché arcivescovo di Foggia. Da alcuni scritti si ha notizia che vi veniva a celebrare messa il padre cappuccino Enrico da Pescopagano in seguito alla chiusura del convento di Eboli agli inizi del 1800.

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